Il rapporto stretto tra la lingua e il vestiario popolare
Una considerazione interessante
La mia considerazione riguarda gli stretti rapporti esistenti tra lingua e il vestiario popolare, i quali possono offrire ricca materia di indagine. In Italia le zone alloglotte bulgari, albanesi, tedeschi e francesi ne offrono una convincente riprova. Se si pensa, ad esempio, che gli stanziamenti albanesi in Sicilia risalgono al XVI secolo e quelli dei Liguri in Sardegna, sono degli ultimi decenni del XVIII secolo, si rimarrà sorpresi della tenacia di quelle genti nel mantenere, con la lingua, il modo di vestire dei loro lontani padri.
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Allo stesso modo, poi, che il mondo dei viaggiatori, della
navigazione, porta alla necessità di linguaggi che possono essere intesi
dovunque e fa sorgere lingue sul tipo di quella franca e del “pidgin-english”, rompendo, in altri
termini, l’impenetrabilità delle lingue, altrettanto esso ha fatto per le fogge
del vestire, tanto che, ad esempio, una sorta di cappotto, di provenienza istriana ( il cosi detto “solonniccio” o “saloniccio” o
“sedenico”), è stato, ai primi dell’Ottocento, col berretto a calza,
l’indumento popolare più diffuso nel Mediterraneo. O costume feriale di Cogne, dalla severa
origine francese.
Se si raffronta un costume bulgaro con uno d’area
Mediterranea, essi appariranno diversissimi, ma se il confronto sarà tra il
vecchio costume del contadino italiano e quello bulgaro, si possono scoprire, per esempio, somiglianze tra gli indumenti di notevole
antichità. Secondo me uno dei problemi di maggiore attualità, è quello della riesumazione di alcune feste dei cittadini un po’ dimenticate , ma che sono state ora rimesse in piena efficienza, e quindi rientrati nella tradizione.
(i dati presi dal
libro ”Folklore”, vol. XI, p. 79-86)
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